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Stefania Augias: “Salviamo il salvabile”. Fanizza Maria
Salviamo il salvabile”. Nelle parole di Stefania Augias
c’è il senso di un’urgenza
che va oltre l’emergenza immediata dell’alluvione. Non è solo un invito
ad intervenire rapidamente dopo i danni, ma una presa d’atto amara:
si arriva troppo spesso quando gran parte del territorio è già stata
compromessa.
L’alluvione ha messo in evidenza fragilità note e irrisolte.
Fiumi senza manutenzione, colate di cemento, dissesto idrogeologico
ignorato per anni. A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta
i cittadini, le attività produttive, le fasce più deboli, mentre
la macchina istituzionale rincorre gli eventi.
Nel ragionamento di Augias, “salvare il salvabile” significa
riconoscere che non tutto è più recuperabile, ma che ciò che resta
va difeso con scelte immediate e responsabili. Non bastano gli stati di
calamità né le promesse post-evento: serve una politica di prevenzione, pianificazione e rispetto del territorio.
L’alluvione non può essere letta come una fatalità. È il risultato di
decisioni mancate, di controlli assenti, di una gestione del suolo che
ha privilegiato l’emergenza rispetto alla programmazione. Continuare a
intervenire solo dopo i disastri equivale ad accettare che si ripetano.
Il monito di Augias è chiaro: salvare il salvabile oggi significa cambiare
approccio ora, prima che anche ciò che resta venga travolto. È una
responsabilità collettiva, ma soprattutto istituzionale, che non può
più essere rimandata.Come spesso evidenziato da Stefania Augias nei suoi
interventi, la questione di Niscemi non riguarda soltanto l’impatto ambientale
o sanitario delle installazioni, ma il metodo con cui le decisioni vengono assunte.
Autorizzazioni, revoche e nuove concessioni si sono susseguite nel tempo
senza un reale coinvolgimento della popolazione, alimentando sfiducia e
tensioni sociali.